Valigia

Valigia di cartone

Donata al Museo da Elio Bertolina, la valigia è stata utilizzata per i lunghi viaggi transoceanici verso l'America. Fine '800, primi anni del Novecento.

#IoRestoACasa

Tra fine Ottocento e inizio Novecento l’Italia ha sperimentato diverse forme di mobilità: una migrazione di scala locale, regionale, che ha visto lo spostamento della popolazione dalle aree rurali e montane verso le città in via di industrializzazione (segnando l’inizio del declino del mondo agro-pastorale) e un’emigrazione su scala nazionale e globale, con la partenza di milioni di persone dirette verso le Americhe, l’Australia e altri paesi europei. Oggi, alle valigie di cartone fanno da contraltare i trolley dei tanti studenti e lavoratori residenti a Milano e nel nord Italia, ma originari del Meridione, che di fronte all’imminente lockdown sono corsi alle stazioni, cercando di salire sugli ultimi treni in partenza per il Sud, per tornare a casa. L’epidemia di Covid-19 ha avuto un impatto senza precedenti sulla mobilità delle persone, costringendoci per mesi alla quasi totale immobilità. Sono stati chiusi i confini nazionali, impedendo di fatto ogni forma di migrazione e turismo e si sono creati nuovi confini interni agli stati: prima tra le “zone rosse” e il resto del territorio, poi tra regione e regione, tra comune e comune. I passaporti e gli altri documenti di viaggio sono stati sostituiti da autocertificazioni i cui modelli cambiavano continuamente con l’evolversi della pandemia. Ogni spostamento ha richiesto motivazioni e giustificazioni specifiche, limitando il diritto alla mobilità e alla vita di relazione: consentito incontrare i congiunti fino al sesto grado – ma chi saranno mai? – ma non gli amici stretti.

Migrazioni. Mobilità

Gli antropologi hanno a lungo lavorato nei villaggi, pensando le società tradizionali come tendenzialmente statiche. Mobilità e cambiamenti venivano visti come minacce all’autenticità di culture che dovevano essere salvate dall’occidentalizzazione. Negli ultimi decenni è tuttavia cresciuta, fino a diventare dominante, l’attenzione nei confronti della mobilità, delle trasformazioni innescate dai viaggi e dagli incontri tra individui e gruppi diversi. La cultura è così apparsa come “stanziata nella mobilità”. Si sono studiate le trasformazioni simboliche e le implicazioni sociali legate alle migrazioni, al turismo e alle altre forme di spostamento nel mondo contemporaneo. Interrogarsi sul significato della mobilità, ha anche voluto dire porsi la questione dell’immobilità, delle barriere e dei confini che limitano o impediscono alle persone di muoversi liberamente. Non c’è un’unica e generalizzata mobilità per tutti, ma diversi “regimi di mobilità” che riflettono le diseguaglianze economiche e politiche nel mondo globale.

Una riflessione

Border Trouble: ripensare le mobilità e i confini dal "limbo" marocchino
di Alessandra Turchetti, Università Milano Bicocca

“Termini come confinamento e rimpatrio d’un tratto non riguardano più solamente gli ‘altri’, i ‘migranti’ ma anche i gli ‘expat’, i ‘turisti’, i quali se da un lato ricevono numerosi attestati di solidarietà da parte della popolazione locale, dall’altro - visti come ‘untori’ - sono anche oggetto di stigmatizzazione e ostilità. Il momento, dunque, appare propizio per ripensare le mobilità e i confini, andando oltre la situazione contingente e provando a immaginare scenari futuri”.

C’è un’immagine, ripresa da alcune testate italiane, che ha fatto il giro dei social media nei giorni dello scoppio della pandemia: la fotografia, scattata a Marrakech, ritrae una ragazza quasi completamente sola in una deserta Jemaa el Fna, una delle piazze più famose al mondo, patrimonio mondiale dell’umanità e principale icona del Marocco. È un’immagine straniante e surreale soprattutto per chi come me, solo qualche giorno prima, si trovava ad attraversare la “mitica” piazza, popolata dalla consueta e variopinta “corte dei miracoli” (fatta di cantastorie, incantatori di serpenti, acrobati, musicisti, teatranti, guaritori tradizionali, chiromanti, tatuatrici, ambulanti, etc) che vi si riunisce ogni giorno, mettendo in scena un vero e proprio spettacolo en plein air, capace di attrarre milioni di turisti affamati di “esotismo e alterità”.
L’irrompere della pandemia ha spazzato via tutto, innescando effetti inediti e paradossali: con un’escalation rapida e imprevedibile, a metà marzo, il Regno ha deciso di chiudere le proprie frontiere e di imporre, a scopo precauzionale, un rigido confinamento (ancora in corso). Le strade di Marrakech, già ricolme di visitatori sbarcati dai numerosi aerei low cost che collegano la più importante meta turistica del Nordafrica alle principali città del Vecchio Continente, si sono svuotate da un giorno all’altro. Con la repentina chiusura delle frontiere e l’immediata sospensione dei voli internazionali, però, migliaia di turisti europei sono rimasti bloccati nel paese, sperimentando per la prima volta il “trauma dell’immobilità” (Ben Lazreq, Garnaoui 2020), fino a quel momento riservato esclusivamente ai locali e ai migranti subsahariani fermi da anni nel “limbo marocchino”. Questa situazione inconsueta ha provocato scene di panico e sdegno (culminate nelle proteste spontanee nei principali aeroporti del Marocco) e un senso di diffusa incredulità nel trovarsi per una volta “dall’altra parte”: come scrive Marmié a proposito dei “francesi bloccati in Marocco”, essi improvvisamente “hanno scoperto, sotto shock, la reversibilità della situazione migratoria e la sparizione temporanea dei loro privilegi di circolazione” (Marmié 2020). Termini come confinement (confinamento) et rapatriament (rimpatrio) d’un tratto non riguardano più solamente gli “altri”, i “migranti” ma anche i gli “expat”, i “turisti”, i quali se da un lato ricevono numerosi attestati di solidarietà da parte della popolazione locale, dall’altro - visti come “untori” - sono anche oggetto di stigmatizzazione e ostilità.
Ma è a circa seicento chilometri a nord di Marrakech, nelle zone di frontiera tra Spagna e Marocco, che accade l’impensabile: alcuni giovani marocchini fuggono a nuoto dall’enclave spagnola di Ceuta, uno dei simboli più potenti della “Fortezza Europa”, per tornare nel loro paese d’origine dove si sentono più al sicuro. Qualche settimana dopo, il quotidiano El Pais riporta la notizia che i passeurs dello Stretto hanno iniziato a organizzare costosi viaggi a senso inverso per permettere ai marocchini bloccati nel paese iberico, fortemente colpito dal Coronavirus, di ritornare a casa.
Un paio di anni fa, per una mia precedente ricerca, mi sono occupata del confine “in movimento” tra Spagna e Marocco, sottolineandone il carattere flessibile e cangiante (Turchetti 2019b) ma mai mi sarei aspettata di trovarmi davanti a uno scenario del genere, dall’oggi al domani. Di primo acchito, nello sconvolgimento di quei giorni e nella difficoltà di mettere a fuoco ciò che stava accadendo sotto i miei occhi, mi è tornato alla mente il bel romanzo di Abdourahman Waberi “Gli Stati Uniti d’Africa”, in cui lo scrittore francese nativo di Gibuti prova a immaginare un “mondo al contrario” dove i migranti si accalcano alle frontiere del continente africano, spostandosi da Nord verso Sud.
Al di là di suggestioni letterarie estemporanee, tuttavia, è evidente che il mondo non si sia affatto capovolto. Per quanto buona parte della popolazione mondiale stia sperimentando forme di confinamento e restrizione delle libertà, a dispetto di ogni retorica, non siamo “tutti sulla stessa barca”: la pandemia ha acuito le disuguaglianze e aumentato la vulnerabilità dei migranti e dei rifugiati in Marocco e altrove (Agier 2020). Nonostante la momentanea riconfigurazione del paradigma della mobilità globale (Borriello, Sahiloglu 2020), poi, le gerarchie e i privilegi di circolazione non sono stati realmente scompaginati: gli europei bloccati in Marocco (me compresa) sono tornati quasi tutti a casa con voli speciali autorizzati dal governo marocchino, mentre i migranti subsahariani sono sempre nel paese in una condizione di ancora maggiore precarietà, immobilità, sospensione (che colpisce anche gli strati più vulnerabili della popolazione locale).
Ciò che è cambiato in questi mesi, però, è sicuramente il livello di attenzione posto sul tema, soprattutto nelle prime settimane dopo lo scoppio della pandemia: le migrazioni e le frontiere, negli ultimi anni al centro di innumerevoli dibattiti, sono d’improvviso quasi del tutto sparite dalle agende politiche e accademiche, fagocitate dal Coronavirus (Firouzi Tabar 2020). Eppure, viviamo in una fase storica che vede la proliferazione e il consolidamento (ma anche la destabilizzazione) di confini “esterni” e “interni”, l’instaurazione (temporanea?) di nuovi regimi frontalieri che attraversano spazi e corpi (De Silva 2020).
In questo contesto, inoltre, la nozione stessa di confine – che, in tutta la sua polisemia, già prima si mostrava particolarmente feconda sia nel campo delle scienze sociali che in quello delle pratiche artistiche (Turchetti 2019a) - si carica di nuovi significati e sfumature (Bargna et alii 2020).
Il momento, dunque, appare propizio per ripensare le mobilità e i confini, andando oltre la situazione contingente e provando a immaginare scenari futuri. Da questo punto di vista, il Marocco, terra di mezzo, può costituire un osservatorio privilegiato da cui guardare al “nuovo mondo” che ci aspetta. Negli ultimi decenni, il paese maghrebino ha costituito un vero e proprio laboratorio per le politiche europee di esternalizzazione della frontiera (border outsourcing), finalizzate a istituire un cordon sanitaire a protezione dello spazio UE. Tali politiche non si riducono solamente alla costruzione di muri e barriere (come quelle imponenti e “scenografiche” che circondano le enclaves di Ceuta e Melilla), ma mettono in campo anche una serie di raffinati dispositivi per controllare, sorvegliare e filtrare le mobilità umane, sulla base di una linea strategica che Campesi definisce “polizia dei flussi” (Campesi 2015:131), ispirata al principio del profiling e del risk targeting. Questa strategia si ricollega al concetto di “confine intelligente” (smart border), una tecnologia avanzata in grado di operare in maniera “chirurgica”, di insinuarsi nei corpi (border insourcing), selezionando e differenziando minuziosamente i flussi.
Fermo restando che con ogni probabilità alcune gerarchie di mobilità saranno destinate a durare (e a cui potrebbero aggiungersi altre forme di differenziazione), possiamo ragionevolmente pensare che in futuro tali meccanismi di governance, implementati e testati in paesi terzi e/o su determinate popolazioni-target (i “migranti”), possano essere importati e applicati su larga scala, portando all’ampliamento di un “regime che seleziona e sacrifica” (Amselle 2020). Come scrive Paul Preciado (2020), in parte sta già accadendo:
“Il virus non fa che riprodurre, materializzare, estendere e intensificare per l’intera popolazione le forme dominanti di gestione biopolitica e necropolitica già esistenti […]. Il corpo è diventato il nuovo territorio all’interno del quale si esprimono le violente politiche di frontiera che progettiamo e testiamo da anni sugli “altri”, assumendo la forma di misure di barriera e di guerra al virus. La nuova frontiera necropolitica si è spostata dalle coste della Grecia verso la porta di casa tua. Oggi Lesbo comincia sul tuo pianerottolo. E la frontiera non smette di chiudersi su di te, ti spinge sempre più verso il tuo corpo. Calais oggi ti esplode in faccia. La nuova frontiera è la mascherina. L’aria che respiri deve essere solo tua. La nuova frontiera è la tua epidermide. La nuova Lampedusa è la tua pelle”.
Tenuto conto del suo carattere polisemico, il confine, però, non è solamente una tecnica di potere e governo ma può configurarsi anche come uno spazio “aperto” di conflitto e creatività. In tal senso, la frontiera tra Spagna e Marocco è da tempo un laboratorio di pratiche e “lotte di confine” (Mezzadra, Neilson 2013) in cui il corpo migrante (vulnerabile e resistente, imbrigliato e indocile al contempo) è assoluto protagonista. Ed è a queste esperienze liminali che dovremmo guardare per immaginare uno scenario futuro, non necessariamente distopico. Un futuro in cui i corpi – in tensione con i confini che li contengono e attraversano - giocheranno un ruolo centrale in quanto come annota ancora Preciado (2020):
“Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, la nostra salute non dipenderà dal confine né dalla separazione, ma da una nuova concezione della comunità che includa tutti gli esseri viventi, da un nuovo equilibrio con gli altri esseri viventi del pianeta. Abbiamo bisogno di un parlamento di corpi planetari, un parlamento non definito in termini di politiche d’identità o di nazionalità, un parlamento di corpi (vulnerabili) che vivono sul pianeta Terra”.

Per approfondire: Sandro Mezzadra e Brett Neilson, Confini e frontiere. La moltiplicazione del lavoro nel mondo globale, Il Mulino, 2013.

Marrakech (Marocco), 21 maggio 2020