Tuta mimetica

Tuta mimetica bianca

La tuta mimetica bianca era in dotazione agli alpini dal 1916, fu poi adottata dagli austriaci per la sua capacità di confondersi con la neve. Ne fu inventore il neurologo Ugo Cerletti, valtellinese d'origine, ideatore dell'elettroshock.

Siamo in guerra?

A più di cento anni di distanza dalla fine del primo conflitto mondiale, le tute bianche oggi non servono a confondersi nella neve, rendendosi invisibili al nemico, ma al contrario mirano a rendere più evidente la presenza “in prima linea” di tutti coloro che si adoperano per contenere l’avanzata del virus. Le tute di protezione non lasciano al virus nessuna via di accesso al corpo e nel contempo nel loro candore (il bianco come simbolo di purezza, così radicato nella nostra cultura) sembrano volergli precludere ogni possibilità di nascondersi, perché sul bianco qualsiasi “macchia” sarebbe immediatamente visibile. Il corpo estraneo del virus viene così letto in continuità con il corpo estraneo dell’esercito nemico. L’incontro con l’alterità – sia questa un virus, un esercito nemico, lo straniero – viene configurato secondo il doppio binario dell’amicizia e dell’inimicizia: l’altro o è amico o è nemico. Ma le persone non sono virus, così come i virus non sono persone: le metafore che li rendono simili sono quindi pericolose, perché umanizzano gli uni deumanizzando le altre.

Amico/nemico

L’opposizione amico/nemico serve a costruire un “noi” compatto e coeso attraverso la sottomissione e talora l’annientamento dell’altro. Proiettare i propri errori sull’altro ci assolve dalle nostre responsabilità, ad esempio quelle per il degrado degli ecosistemi che facilitano il passaggio di virus da una specie all’altra. La logica amico/nemico è però solo uno dei modi attraverso cui, nella relazione con l’altro da noi, costruiamo il senso di quel che siamo: se qui i confini sembrano invalicabili, il rapporto con gli altri, che in realtà ci sono spesso molto vicini (es. le donne come altre rispetto agli uomini), non è però fatto solo di conflitti ma anche di cooperazione, di chiusure così come di aperture. Oltre alle differenze dovremmo guardare anche alle somiglianze, ai modi in cui, noi e gli altri, ci modelliamo reciprocamente. Come ci mostra la comunanza etimologica dei termini latini hospes/hostis, ospite/nemico, la soglia tra ospitalità e ostilità nei confronti dell’altro è sottile e mutevole.

Una riflessione

Siamo in guerra?
di Gabriele Vitale, studente del Corso di Laurea in Antropologia Culturale ed Etnologia, Università di Torino

“Nell’esigenza di chiamare la popolazione al rispetto delle regole, si parla di guerra. Si chiede di stringere la cinghia, di rinunciare temporaneamente al nostro stile di vita, di scendere in trincee domestiche e aspettare che il nemico smetta di sparare. […] In questa retorica della guerra sguazziamo da diverso tempo. Non solo, non abbiamo mai smesso di usare la metafora virologica per inquadrare il nemico, l’indesiderato, la minaccia all’ordine costituito, l’altro”.

In questa stagione di sospensione di molte – non tutte – le attività umane è singolare il modo in cui viene incorniciata la situazione nella narrazione pubblica. Le adunate all’unità nel conflitto contro un nemico invisibile sono all’ordine del giorno, ma perché? Siamo creature antropocentriche, al centro della galassia che abitiamo, questo è stato detto, ma siamo realmente in guerra? Il concetto di conflitto, per sé, rimanda ad una situazione di confronto tra due parti contrastanti. Nella misura in cui lo intendiamo, queste due parti antagoniste sono necessarie. Ma questo virus non ha i connotati del nemico. Cambiando punto di vista sull’attuale scenario, invece, sembra che si possa parlare di predazione. Ed è certamente curioso per il cacciatore all’apice sentirsi cacciato, ma tant’è. Potremmo chiederci provocatoriamente se un piccolo roditore creda di essere in guerra con volpi, faine, uccelli rapaci e altri predatori, ma la risposta sarebbe negativa. Ciò che il piccolo roditore fa – quindi pensa – è mettere in atto una serie di comportamenti che gli permettano, con un po’ di fortuna, di sopravvivere un altro inverno.
I principali capi di Stato parlano di conflitto, tanto più epocale, contro un nemico che non si vede, almeno ad occhio nudo. Queste adunate di sapore militaresco, ai limiti della farsa, tentano di mettere una proverbiale pezza ad un problema ben conosciuto, quello della sfiducia della popolazione nei confronti dei governi. Una sfiducia che se da un lato è intrinseca al rapporto tra cittadinanza e questi ultimi, dall’altro da diversi decenni si è radicalmente esasperata. Senza guardare troppo indietro, in linea generale si può affermare con una certa serenità che l’individualismo sorto nel benessere del secondo dopoguerra, anche e soprattutto in ragione del suicidio totalitarista delle comunità etno nazionali della prima metà del XX secolo, sia oggi diventato una seconda pelle per quasi tutti noi, all’interno di un sistema economico ipercapitalista in cui il fermarsi non è contemplato e in cui – spesso – persino per chi studia il motto è publish or perish.
In queste settimane di isolamento domestico non sono state infrequenti reazioni di sottovalutazione, indifferenza o menefreghismo rispetto alle misure di salute pubblica promosse dai governi. Ed è rispetto a questo dato che ho cominciato a farmi alcune domande. Sulle defezioni di alcuni di noi cittadini, tutto sommato, non mi sembra si possa essere realmente sorpresi. Già, perché quando ci si allontana tra individui e gruppi (e istituzioni), quando non si condivide un medesimo terreno sotto i piedi, una medesima “cultura” (il virgolettato come senso di disagio nell’uso del termine) diventa possibile negare qualunque cosa: dalla sfericità del pezzo di roccia che abitiamo e la pressione che esercitiamo sul suo clima, all’utilità dei vaccini, fino alla possibilità tout court che la scienza occidentale dica il falso (o, all’esatto opposto, che essa sia in grado di descrivere e gestire qualsiasi aspetto della vita umana).
Così, nell’esigenza di chiamare la popolazione al rispetto delle regole, si parla di guerra. Si chiede di stringere la cinghia, di rinunciare temporaneamente al nostro stile di vita, di scendere in
trincee domestiche e aspettare che il nemico smetta di sparare. Eppure, io continuo a sentirmi – con naturalezza – come un piccolo roditore rintanato nel suo buco.
In questa retorica della guerra sguazziamo da diverso tempo. Non solo, non abbiamo mai smesso di usare la metafora virologica per inquadrare il nemico, l’indesiderato, la minaccia all’ordine costituito, l’altro. Al punto che mi chiedo se non sia diventato un automatismo, un elemento di quello che Pierre Bourdieu ha definito “un sistema di disposizioni durabili e trasferibili, strutture strutturate, predisposte a funzionare come strutture strutturanti”. In altre parole, se all’interno del nostro habitus, inteso come grammatica generativa di pratiche ma da queste anche generato, sia preminente la ricerca di un nemico perfino in sua assenza. Se sia, cioè, la spasmodica ricerca di un colpevole un nostro quadro interpretativo dei rapporti tra individui e gruppi non solo significativo, ma caratterizzante di questi ultimi.
Non mi ha sorpreso, perciò, la riproposizione di questo paradigma interpretativo in direzione di chi in questi giorni ha violato i consigli, prima, e le norme, poi, di distanziamento sociale. Sembra quasi che il nemico invisibile sia passato in secondo piano, lasciando il palco ad altre figure nei confronti delle quali si invoca il pugno duro, quando non direttamente “il lanciafiamme”. Queste sono il podista, il menefreghista in generale, l’anziano al parco, il “classico meridionale che scappa da mammà”, gli indisponenti, i recidivi dell’aperitivo. Figure che da qualche settimana sono ben descritte e demonizzate dai media (ufficiali e “fatti in casa”). Figure che la dicono lunga su come la paura che sentiamo conduca a medesimi errori nei modi di vita e nella gestione di un’emergenza che si avvia ad essere la più grave e tragica dal dopoguerra. Figure rispetto alle quali chi scrive non vuole mettere in secondo piano l’evidenza di un errore commesso, ma che ricordano le vicende di un personaggio singolare, Mary Mallon, detta “Thyphoid” Mary. Cuoca irlandese emigrata negli Stati Uniti, è passata alla storia come la prima portatrice sana dell’agente patogeno correlato al tifo. Individuata come sospetto asintomatico, fu esortata dalle autorità a fornire campioni di fluidi corporei per condurre delle analisi, ma la donna respinse le richieste, convinta di esser perseguitata dalla legge. Seguirono arresto e quarantena forzata dal 1907 al 1910, fu rilasciata unicamente sotto condizione di cambiare lavoro. Ma Mary, per contro, cambiò nome, riprese il lavoro in cucina e contagiò molte persone, fino al suo internamento nel 1915, che durò fino alla morte, 23 anni più tardi. Una storia tragica, ambientata in un’epoca in cui vi erano una diversa sensibilità scientifica ed una minore diffusione di saperi, ma che dice qualcosa riguardo la lontananza tra persona e istituzioni. Non sono pochi, e non solo nel nostro Paese, quelli che ritengono che le istituzioni non abbiano a cuore gli interessi dei cittadini; quindi, senza questo terreno condiviso sotto i piedi, perché fidarsi del governo, degli esperti? Forse oggi proprio la più ampia diffusione di dati, nonché la possibilità di guardare quantomeno ai numeri della tragedia in corso, permetterà di non avere altre “Thyphoid” Mary, ma resta l’evidenza di quanto cittadino e governo abitino mondi diversi.
Interrogarsi su questa lontananza e sulla necessità di costruire relazioni e legami, orizzontali e verticali, in questo vuoto è imperativo. E lo è altrettanto mettere al centro del discorso pubblico l’umanità – come abbiamo sempre fatto – intesa però non come padrona del suo ambiente, ma piuttosto come preda alla mercé di elementi al di fuori del suo controllo. Se invece vogliamo continuare a dire di essere in guerra, mi viene da pensare solo ad un vecchio adagio: Vae Victis, guai agli sconfitti, guai a noi.

Torino, 3 aprile 2020