Minéla

Minéla

Minéla (gergo dei calzolai): banchetto in legno che lo sciobar (calzolaio) portava con sé quando in autunno, terminato il lavoro nei campi, emigrava in cerca di lavoro accompagnato dai figli più grandi.

Figure sospette

Chi viene da fuori vede spesso il mondo alpino come un luogo caratterizzato dall’immobilità, non solo temporale, ma anche spaziale. Le valli e le montagne sarebbero dunque a un tempo autentiche e incontaminate, arretrate e chiuse. Sappiamo però che in realtà le montagne sono sempre state luoghi di passaggio e di scambio fra culture e che la gente di montagna si è sempre mossa, non solo emigrando in cerca di una vita migliore (talora le condizioni di vita erano migliori in montagna che in pianura), ma praticando mestieri itineranti e qualificati, che la portavano da un paese all’altro. La sedia/zaino del calzolaio, nella sua duplice funzione, può costituirne il simbolo. Nel periodo di ottobre, al sciobar (il calzolaio) partiva con il figlio maggiore e attraversava le valli per raggiungere la Svizzera, la Francia o altre aree della Lombardia. Tornava poi in primavera per riprendere i lavori agricoli. Proprio come il suo strumento di lavoro, il calzolaio incarnava allo stesso tempo la possibilità della mobilità (lo zaino) e della sosta (la sedia): un soggiornare nel viaggio. In qualità di lavoratori di frontiera, i calzolai, così come altri lavoratori stagionali, mostrano la porosità dei territori: sono figure liminali, estranei indispensabili, che restano altri pur vivendo fra noi. Anche la pandemia cha abbiamo vissuto ha in un certo modo creato uno spazio liminale: il lockdown ha costituito uno spazio incerto che sta fra il mondo di prima e quello di poi, con le sue figure tanto necessarie quanto “sospette”, come i rider che ci portavano il cibo, girando di casa in casa. E poi il virus, ospite non richiesto e senza volto, che ci ha costretti a sospendere la nostra quotidianità.

Liminalità

In antropologia il termine liminalità (dal latino limen, “soglia”) si riferisce allo stato di ambiguità che si verifica nella fase centrale di riti, quando i partecipanti sono sospesi tra la loro condizione pre-rituale e quella post-rituale. Questa fase di sospensione è la più delicata nel processo rituale, perché caratterizzata da incertezza e attesa, dal non-essere-più e non-essere-ancora. Questo ben si coglie nei riti di passaggio in cui le persone cambiano di status sociale (ad es. nel diventare da bambini ad adulti) o nei periodi di transizione politica, come quello che segue la morte di un sovrano. Anche nella liturgia cattolica, il periodo della penitenza quaresimale, con il suo riferimento alla passione, morte e resurrezione di Cristo, prevede pratiche di astinenza e rinnovamento. In diverse società queste circostanze ritualmente prescritte comportano l’astensione da tutte le attività produttive. La condizione speciale segnata dalla liminalità, costituisce un importante momento collettivo per riflettere sullo “stato di salute” della collettività.

Una riflessione

Liminalità e potere
di Carlo Capello, Università di Torino

“La liminalità è l’essere sospesi tra un prima e un dopo, è una condizione marginale di indeterminatezza che spezza la normalità del quotidiano, e con essa i vincoli e le sicurezze della struttura sociale. La liminalità è eccezione, è uno stato di eccezione. In effetti, è in questi termini […] che, da molta parte del pensiero critico, è stata letta la situazione che stiamo vivendo”.

Essendo convinto che l’antropologia dovrebbe attingere innanzitutto al proprio patrimonio concettuale e teorico per interpretare la realtà, nelle mie ultime ricerche ho fatto più volte ricorso a Victor Turner e alla sua rilettura della nozione di liminalità per afferrare la condizione dei disoccupati torinesi e, a partire da questa, l’attuale situazione della mia città, di Torino. Gli uni e l’altra si mostrano ai miei occhi come liminali, perché privi di uno status definito e sospesi nell’attesa. Non potevo immaginare che, a causa dell’attuale emergenza, tutta l’Italia e buona parte del mondo si trovassero gettati in un’analoga e generalizzata condizione liminale.
La liminalità è l’essere sospesi tra un prima e un dopo, è una condizione marginale di indeterminatezza che spezza la normalità del quotidiano, e con essa i vincoli e le sicurezze della struttura sociale. La liminalità è eccezione, è uno stato di eccezione. In effetti, è in questi termini, come la concretizzazione di quello stato di eccezione teorizzato da Carl Schmitt e Walter Benjamin come la vera natura del potere sovrano che, da molta parte del pensiero critico, è stata letta la situazione che stiamo vivendo. In primo luogo, dal filosofo che forse più di ogni altro ha operato per riportare in auge e rielaborare originalmente questa teoria del potere, Giorgio Agamben, in diversi interventi apparsi sul manifesto e sul suo blog. Il filosofo è stato anche criticato – pur avendo in realtà semplicemente esplicitato quello che abbiamo pensato tutti: che, anche noi nell’Italia democratica e civile, stiamo sperimentando di fatto quello stato di emergenza di cui abbiamo così spesso letto e vivendo sulla nostra pelle quella biopolitica di cui abbiamo spesso scritto. È stato criticato perché, dando più enfasi alle conseguenze della sospensione delle norme usuali e quotidiane che alle cause, Agamben sembra minimizzare la portata e la morbilità dell’epidemia. Nonostante gli eventuali limiti di questi interventi, però, le sue riflessioni ci pongono di nuovo nettamente di fronte alla questione cruciale del potere e del nostro posizionamento di fronte ad esso. La discussione, mi sembra, si fondi su un equivoco. Rispetto alla teorizzazione dello stato di eccezione come essenza segreta della sovranità, non è infatti importante che quel qualcosa su cui si appoggia il sovrano per sospendere la normalità e la norma sia reale o no. Tutt’al più è utile, ma non necessario, che appaia ai cittadini, ai sudditi come reale. Questo, penso, è ciò che Agamben intendeva ricordare, rischiando di essere frainteso, come di fatto è stato. Ma, per essere chiari, che il corona virus sia un pericolo reale per la salute pubblica e per la nostra vita associata è ancora meglio, nell’ottica del potere e dell’eccezione. Perché allora minimizzare, come molti hanno fatto e continuano a fare, le cause materiali dello stato di emergenza? O anche, perché criticare le decisioni biopolitiche del governo, non in base alla loro efficacia, ma in quanto biopolitiche? Una tendenza liberale e anarchica, libertaria, e in definitiva individualistica traspare da questo genere di posizionamenti. Si minimizza il pericolo reale, per denunciare più fortemente il potere sovrano che sospende la norma(lità) senza vere ragioni. Si denunciano le scelte biopolitiche perché prese dall’alto, in quanto imposizioni. Per molti esponenti del pensiero di sinistra, della teoria critica il potere sovrano, la governamentalità, la biopolitica sono qualcosa di negativo per definizione, rivelando così le proprie radici liberali o anarchiche. Il Potere è, per costoro, sinonimo di male assoluto, da contrastare in nome del Soggetto e della sua libertà. Posso capirli, ne comprendo le ragioni ma, in una oggettiva e spassionata prospettiva antropologica il potere non è né negativo né positivo. È l’essenza della vita associata. Del resto, come ha affermato lo stesso Foucault – che pure è tra i pensatori che più hanno contribuito a queste concezioni falsanti del potere – quest’ultimo non è necessariamente repressivo, bensì anche e soprattutto produttivo. Questo perché il potere è la risorsa, il carburante della società. In quanto possibilità e capacità di influenzare le azioni altrui (e di conseguenza, per estensione, di tutti) non è che un altro modo per intendere il fatto sociale durkheimiano, che sempre si impone su di noi e non può non imporsi. E il potere è produttivo, innanzitutto, nel senso che la cultura e la società producono soggetti a partire da quegli esseri mancanti che tutti noi siamo. E dei processi di soggettivazione – non possiamo fare a meno. Per questo il potere è l’energia, la risorsa essenziale della società. Per un’antropologia radicalmente critica, il punto non è allora opporsi o rifiutare il potere; sarebbe come rifiutare la società stessa. Il punto è mostrare e denunciare come questa risorsa collettiva sia espropriata alla collettività da parte di classi e individui che si fanno in questo modo dominanti, usandola indebitamente per i propri fini – così come si appropriano indebitamente degli altri beni comuni: la terra, i mezzi di produzione, la forza-lavoro. Il potere non va distrutto, non può esserlo. Va ridistribuito. Va diffuso, non dissolto. Questo dovrebbe mostrare una teoria critica che si voglia, non genericamente di sinistra, vagamente progressista, contraddittoriamente liberale o anche anarchica, bensì radicalmente socialista e comunista. Che rammenti che la lotta per l’egemonia, è lotta per conquistare il potere e ridistribuirlo alla società cui appartiene di diritto.
E lo stato di eccezione, che del potere sovrano rivela l’essenza? Se è certo che ha condotto e può condurre alla messa in discussione della democrazia e da qui all’orrore, bisogna anche riconoscere
che non è questo che stiamo vivendo qui e ora. Ciò che stiamo sperimentando è la sospensione della normalità, non del diritto o dei diritti. È una fase liminale che, come sottolineava Turner, può rivelarsi un’occasione, se non di communitas, almeno di maggior consapevolezza. Da molti punti di vista, l’attuale liminalità collettiva è un esperimento antropologico che, con i suoi effetti di straniamento, ci ricorda che la nostra forma di vita non è che una costruzione collettiva, imperfetta e instabile. Da ristrutturare o da ricostruire alle fondamenta? Questa è la vera domanda.

Torino, 15 marzo 2020