banco

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Banco per bambini della scuola elementare, probabilmente proveniente dalla vecchia scuola di San Nicolò.

DAD (Didattica a distanza)

I banchi, nella loro forma e funzione quasi immutata dall’Ottocento ai giorni nostri, sono il simbolo della scuola e del lungo percorso intrapreso negli ultimi due secoli per garantire l’istruzione universale e sconfiggere l’analfabetismo. La pandemia, in Italia come altrove, ha costretto scuole e università a chiudere le proprie porte per contenere il pericolo di contagio. La scuola non si è tuttavia fermata e il rapporto educativo non si è interrotto: ha solo assunto nuove forme, quelle della Didattica a distanza (DAD), resa possibile dalle tecnologie informatiche. Tempi e spazi che erano prima materialmente distinti, lo spazio pubblico della vita scolastica e quello privato delle abitazioni di alunni e insegnanti, si sono sovrapposti gli uni agli altri, spingendo a ripensare, con rapidità e inventiva, modalità di relazione e insegnamento. In una situazione in cui i corpi delle persone sono stati messi fuori gioco dall’impossibilità di incontrarsi in presenza, mantenere quella socialità che fa della scuola una comunità educante, non è stato facile. Si sono però anche scoperte impreviste possibilità di connessione. Di tutto questo cosa porteremo con noi e cosa ci lasceremo indietro quando torneremo fra i banchi?

Sapere

Come già diceva E. B. Taylor nel 1871, la “cultura” in senso antropologico, include “qualsiasi capacità e abitudine che l’uomo acquisisce come membro di una società”. E’ un apprendimento collettivo che si fa vivendo insieme, a partire da quello che le generazioni precedenti ci hanno trasmesso. Proprio per questo, gli antropologi hanno dedicato molta attenzione ai modelli educativi e alle pratiche di insegnamento e apprendimento nei contesti culturali più diversi. Da questo punto di vista, la scuola come la conosciamo è solo una delle forme possibili attraverso cui si impara a vivere nel mondo. Per gli antropologi e le antropologhe allora, i popoli senza scrittura non sono semplicemente “analfabeti”, pensati cioè come mancanti di qualcosa (la scrittura), ma sono società che producono e trasmettono i loro saperi attraverso l’uso della parola e la sua iscrizione in immagini e in oggetti. La conoscenza non sta solo nei libri: è disseminata in una molteplicità di saperi pratici, abilità e competenze, che si imparano facendo. L’analfabetismo diventa un problema solo laddove gerarchie e sistemi di potere mettono al centro la scrittura (pensiamo alla burocrazia): quando questo accade, non saper leggere e scrivere vuol dire vivere ai margini, senza diritti e in condizioni di povertà.

Una riflessione

La giusta distanza educativa. La didattica universitaria dopo il coronavirus
di Angela Biscaldi, Università degli Studi di Milano “La Statale”

“Se devo immaginare la didattica dopo il coronavirus penso che non sarà più solo “in presenza” o solo “a distanza” (…). Spero che potrà essere una didattica che prende da entrambe le esperienze il meglio per mantenere e al tempo stesso rinnovare il significato autentico della relazione che si crea, in modi diversi, tra docenti e discenti".

Nell’aprile dell’anno scorso il mio collega Ferdinando Fava mi ha invitato a Padova a presentare il mio libro sulla responsabilità educativa, in programma d’esame, agli studenti del suo corso. La lezione era prevista alle 8 del mattino e poiché ahimè da Cremona (dove abito) arrivare in treno a Padova per le otto è pressoché impossibile, sono partita il giorno prima e ho dormito in albergo. La lezione è stata viva e partecipata; ho potuto, poi, visitare il bel dipartimento e lo studio del mio collega e anche la città (persino vedere sant’Antonio); il collega mi ha offerto un’ottima colazione e una bella chiacchierata.
Quest’aprile, in tempo di coronavirus, il mio amico Ferdinando Fava mi ha invitato al suo corso per presentare la mia ricerca sul social network. La lezione sempre alle 8. Mi sono svegliata alle 7.30, a casa mia a Cremona, ho preso un caffè e sono intervenuta puntuale dal mio soggiorno grazie a Zoom. Ho potuto invitare alla lezione l’insegnante del liceo di Crema coinvolta nella ricerca che tranquillamente, da casa sua, non ha avuto problemi (certo a Padova sarebbe stato impossibile per lei venire). La lezione è stata molto partecipata e dal momento che sono nate diverse domande da parte degli studenti il mio collega mi ha invitata a “ritornare al corso” la settimana successiva per un’altra lezione, in cui approfondire alcuni aspetti. Certo, niente visita della città, dolcetto, il piacere di rivedere un amico, il calore di un’aula. Ma niente spese per il dipartimento, la possibilità di riprendere il discorso in una seconda lezione e di aprire facilmente il dialogo ad interlocutori che non avrebbero potuto essere presenti fisicamente.
Credo che la cosiddetta didattica a distanza (per alcuni un ossimoro) ci sta facendo prendere consapevolezza del valore della didattica in presenza, che per tanti anni abbiamo praticato: il nostro essere lì, in aula, a volte così faticoso, ma così denso di emozioni; la possibilità di modulare il discorso in relazione alle espressioni sul volto dei nostri interlocutori (che abbiamo imparato a decifrare nel corso degli anni), i molti significati legati alla fisicità dell’incontro (il chiacchiericcio di sottofondo, vedere chi arriva in ritardo e chi esce prima, chi messaggia di nascosto sotto il banco…).
Ma credo anche che la didattica a distanza ci stia permettendo di accorgerci che i nuovi media possono davvero diventare degli alleati, e non nel modo in cui ingenuamente avevamo pensato (“ragazzi trovate le slide della lezione e la bibliografia aggiuntiva sul sito del corso”). Se un nuovo medium si caratterizza per la capacità di prefigurare campi del pensabile e di possibile agency, allora la didattica a distanza mi ha permesso di iniziare a pensarmi come ospite nelle più diverse università senza spostarmi da casa (a costi zero) e al tempo stesso di pensare che potrei ospitare nel mio corso, per i miei allievi, interventi interessanti di bravissimi colleghi che si trovano all’estero. Che potremmo fare lezione anche dal campo e ospitare a lezione colleghi che si trovano sul campo. Che la rete può venire in supporto quando nevica e i mezzi non vanno, quando il treno si rompe, quando siamo un po’raffreddati. Insomma, che non occorre in molti casi sospendere la lezione, si può anche fare diversamente (e mi chiedo: perché non lo abbiamo mai fatto?). E poi che potremmo caricare sulla piattaforma dell’università audio-lezioni o parti registrate di lezioni (non le semplici slides) che possono riprendere i concetti fondamentali del corso per chi è assente o non frequentante o in difficoltà (anche questo: perché non lo abbiamo mai fatto?).
Se devo immaginare la didattica universitaria dopo il coronavirus penso che non sarà più solo “in presenza” o solo “a distanza”, e credo che adesso sia inutile dividersi tra fautori e detrattori dell’una e dell’altra forma.
Spero che potrà essere una didattica che prende da entrambe le esperienze il meglio per mantenere e al tempo stesso rinnovare il significato autentico della relazione che si crea, in modi diversi, tra docenti e discenti: l’intenzionalità di un incontro che si basa sull’idea che la trasmissione e la condivisione del sapere – nel nostro caso del sapere antropologico – è, anche in questi tempi incerti, un valore in cui ancora ci riconosciamo-.

Milano, 4 maggio 2020